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Autonomia differenziata: il Sud non può pagare il prezzo della propaganda di Calderoli

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di Massimo Mastruzzo
Massimo mastruzzo

C’è un momento in cui la politica smette di essere governo e diventa pura forza di pressione. Sull’autonomia differenziata, quel momento è arrivato da tempo. E oggi il nome che più di tutti incarna questa deriva è quello di Roberto Calderoli: non per una battuta infelice o per una dichiarazione fuori posto, ma per aver trasformato una riforma delicatissima in una leva permanente dentro la maggioranza, quasi che la tenuta del governo dovesse dipendere dal via libera a un progetto che, senza LEP davvero approvati e finanziati, rischia di colpire duramente il Mezzogiorno.

La sostanza è semplice e brutale: in assenza di una piena definizione e copertura finanziaria dei LEP, l’autonomia differenziata può produrre un’Italia a due velocità. E quando questo accade, il Sud è il primo a pagare. Non si tratta di un allarme ideologico, ma di un rischio concreto: servizi pubblici più deboli, sanità più fragile, personale più difficile da trattenere, diritti meno garantiti, capacità amministrative ancora più diseguali. Chi parla di efficienza e responsabilità dovrebbe partire da qui, non da slogan utili solo a consolidare equilibri di partito.
Il punto politico è ancora più grave perché l’autonomia, così com’è stata usata nel confronto interno alla maggioranza, non appare come una riforma costruita per tenere insieme il Paese, ma come un’arma negoziale. Calderoli ha imposto un vincolo: autonomia come condizione per andare avanti. Tradotto: un dossier che dovrebbe essere misurato con rigore costituzionale e con la massima cautela diventa invece un test di fedeltà politica. Ed è esattamente questo il passaggio che trasforma una riforma istituzionale in un ricatto di fatto verso l’interesse generale.

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A quel punto, però, la responsabilità non può fermarsi al ministro. Perché se il Sud rischia di essere penalizzato, un pezzo di responsabilità ricade anche su chi governa le Regioni meridionali e continua a restare dentro la maggioranza senza alzare davvero la voce. I presidenti della Calabria e della Sicilia, come tutti i governatori del Mezzogiorno espressione dei partiti di governo, non possono limitarsi a una presenza protocollare. Devono spiegare ai loro cittadini se intendono difendere il territorio o se accettano, per disciplina di coalizione, una riforma che può accentuare proprio quelle disuguaglianze che da anni dicono di voler colmare.

Qui non è in discussione un astratto regionalismo. È in discussione la tenuta sostanziale della cittadinanza. Se i LEP restano incompiuti o insufficientemente finanziati, l’autonomia differenziata non avvicina i diritti ai cittadini: li allontana. E quando i diritti dipendono dal luogo in cui si nasce, si studia, ci si cura o si lavora, non siamo davanti a una modernizzazione dello Stato, ma a una sua regressione.

Per questo il Sud deve pretendere chiarezza. Non parole rassicuranti, non tavoli tecnici di facciata, non promesse di equilibrio a riforma già incardinata. Servono garanzie vere, verificabili, prima di qualunque ulteriore passo. E serve soprattutto una risposta politica limpida da chi, nel Mezzogiorno, governa dentro questa maggioranza: stare dalla parte dei propri territori o dalla parte della convenienza di coalizione.
Calderoli ha scelto di alzare la posta. Ora qualcuno, nel Sud, deve decidere se abbassare la testa o alzare finalmente la voce.

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*Direttivo Nazionale MET
Movimento Equità Territoriale

 

 

 

(24 maggio 2026)

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