di Massimo Mastruzzo

Le ultime dichiarazioni del presidente Roberto Occhiuto rafforzano un timore che da mesi attraversa il dibattito pubblico calabrese: nel breve periodo l’Alta Velocità potrebbe non raggiungere la Calabria. Non si tratta di un dettaglio tecnico né di una normale rimodulazione dei tempi. Il rischio è più profondo: che la regione venga progressivamente esclusa dal grande ciclo di investimenti infrastrutturali che sta ridisegnando il Mezzogiorno, restando ai margini di una stagione che avrebbe dovuto ridurre – e non consolidare – i divari territoriali italiani.
Se l’Alta Velocità si arresta prima di entrare realmente in Calabria, non si rinvia soltanto un’opera. Si rinvia la piena integrazione di un territorio nei principali assi di connessione nazionale ed europea. E in un’economia in cui accessibilità, tempi di percorrenza e capacità logistica influenzano investimenti, occupazione e qualità della vita, restare fuori significa accumulare ulteriore distanza.
Le dichiarazioni di Occhiuto assumono quindi un significato che va oltre la prudenza amministrativa: segnalano che oggi non esiste ancora una garanzia pienamente definita né sui tempi né sulle risorse necessarie per completare il collegamento ad Alta Velocità fino a Reggio Calabria. Ed è proprio questa incertezza il punto politico. Perché il problema non nasce quando un’opera richiede anni per essere completata. Il problema nasce quando non risultano chiaramente definiti il percorso, le coperture finanziarie e il cronoprogramma di arrivo. È questa condizione che alimenta il timore di una nuova marginalizzazione infrastrutturale della Calabria.
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La Calabria dentro il ritardo infrastrutturale del Sud
Mentre diverse aree del Centro-Nord e parte del Mezzogiorno vengono progressivamente agganciate alle nuove direttrici ferroviarie e logistiche, la Calabria continua a confrontarsi con una condizione di isolamento infrastrutturale che condiziona sviluppo economico, mobilità e competitività. Il tema non è soltanto quando arriverà l’Alta Velocità.
Il tema è se la Calabria — e con essa una parte del Mezzogiorno che continua a registrare deficit infrastrutturali storici — sia davvero dentro una visione nazionale di lungo periodo oppure venga considerata un’estensione periferica da raggiungere in una fase successiva, compatibilmente con le risorse disponibili. La questione calabrese, in questo senso, non riguarda soltanto la Calabria. Interroga il modello con cui il Paese decide priorità, investimenti e gerarchie territoriali. Perché quando per alcuni territori si programmano opere, finanziamenti e cronoprogrammi, mentre per altri prevalgono rinvii e incertezza, il rischio non è soltanto il ritardo: è la perdita progressiva di prospettiva. E un territorio senza prospettiva infrastrutturale tende nel tempo a perdere capacità di attrazione, investimenti e opportunità.
La domanda, allora, non è soltanto se la Calabria entrerà nell’Alta Velocità. La domanda è se il Mezzogiorno verrà considerato parte integrante della pianificazione nazionale o continuerà a essere affrontato come una questione da rinviare.
L’equivoco del “prima facciamo altro, poi il Ponte”
Dentro questo scenario emerge un argomento che negli anni è diventato quasi automatico: prima del Ponte sullo Stretto bisogna fare altro. È una posizione che può apparire ragionevole, ma rischia di diventare politicamente miope se non viene accompagnata da una domanda essenziale: chi sta facendo davvero quel “prima”? Perché oggi il quadro che emerge non è quello di una sostituzione tra opere. Non c’è soltanto il Ponte che ancora non esiste. Mancano anche molte delle infrastrutture che da anni vengono indicate come prioritarie rispetto al Ponte: reti ferroviarie veloci, completamento degli assi interni, connessioni logistiche, integrazione tra porti, mobilità regionale e grandi direttrici nazionali. Il rischio è che il dibattito pubblico produca una paralisi permanente. Chi sostiene che prima del Ponte servano altre opere dovrebbe indicare quali opere, con quali risorse e in quale calendario. Chi invece considera il Ponte una scelta strategica dovrebbe chiarire come integrarlo dentro una rete ferroviaria e logistica realmente funzionante. Perché senza questa doppia risposta il risultato rischia di essere uno solo: non arrivano né le opere considerate prioritarie né quelle considerate strategiche. Una regione non dovrebbe essere costretta a scegliere tra ciò che serve oggi e ciò che serve domani. Ha diritto a pretendere entrambe le cose. E soprattutto ha diritto a pretendere che esista una pianificazione complessiva, con o senza Ponte.
Serve una vertenza di Equità Territoriale
Per questo non basta chiedere genericamente che l’Alta Velocità arrivi fino in Calabria. Serve una vertenza strutturata, permanente e pubblica, fondata su tre pilastri: analisi tecnica, pressione politica e sostenibilità finanziaria.
Un’azione di Equità Territoriale dovrebbe puntare a:
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– definire con precisione le opere necessarie per completare il corridoio ferroviario fino a Reggio Calabria;
– costruire un cronoprogramma pubblico e verificabile;
– quantificare costi e coperture finanziarie;
– collegare il tema ferroviario alla mobilità interna, ai porti, alla logistica e alle aree produttive;
– costruire un fronte istituzionale e sociale tra Regione, enti locali, imprese, sindacati e società civile.
Perché senza una piattaforma tecnica credibile ogni richiesta rischia di restare una rivendicazione simbolica. Al contrario, una vertenza organizzata può trasformare una domanda territoriale in una proposta politica. E può trasformare una questione percepita come locale in una discussione nazionale sul modello di sviluppo del Paese.
Il rischio dell’esclusione
Restare fuori dall’Alta Velocità non significa soltanto impiegare più tempo per spostarsi. Significa ridurre la capacità di attrarre investimenti, trattenere giovani, sostenere il turismo e rafforzare il sistema produttivo regionale. Una regione meno connessa è una regione meno competitiva. E quando il divario infrastrutturale si consolida, recuperarlo richiede tempi lunghi e costi maggiori. Per questo il tema non può essere ridotto né a una disputa ideologica né a una discussione sul singolo cantiere. Qui è in gioco il ruolo che la Calabria avrà nel futuro assetto del Mezzogiorno e, più in generale, il ruolo che il Mezzogiorno avrà nello sviluppo complessivo del Paese. Le dichiarazioni di Occhiuto impongono quindi una scelta: accettare che il futuro venga deciso altrove oppure costruire una pressione politica e sociale capace di riportare la Calabria dentro la pianificazione nazionale. Per questo la parola chiave resta una sola: Equità Territoriale. Non come slogan. Come metodo di governo, criterio di allocazione delle risorse e piattaforma politica per impedire che il Sud continui a essere programmato a geometria variabile.
*Direttivo Nazionale
MET Movimento Equità Territoriale
