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Due Pride, una Città, nessuna egemonia: la guerra interna del movimento LGBTQIA+ a Napoli

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di Fabio Galli
Fabio Galli

C’è stato un tempo in cui il Pride rappresentava una frattura netta tra chi chiedeva diritti e chi quei diritti li negava. Un tempo in cui il conflitto era leggibile, persino semplice: da una parte l’omofobia istituzionale, religiosa e culturale; dall’altra una comunità costretta a organizzarsi per sopravvivere. Oggi invece, almeno in molte città occidentali, il conflitto si è spostato all’interno della stessa galassia LGBTQIA+. Napoli ne sta offrendo una delle rappresentazioni più radicali e simboliche.
Nel giugno 2026 la città avrà due Pride distinti. Da una parte il Napoli Pride del 27 giugno, legato al circuito storico di Arcigay e organizzato da un comitato che da oltre dieci anni rappresenta il volto istituzionale del movimento LGBTQIA+ partenopeo. Dall’altra Arrevutamm Pride del 20 giugno, nato come spazio queer, transfemminista, anticapitalista, antifascista e apertamente antisionista. Due cortei, due linguaggi, due idee incompatibili di politica.

Ridurre tutto a un litigio interno sarebbe però un errore. La frattura napoletana è il sintomo di qualcosa di molto più grande: la crisi contemporanea della rappresentanza politica delle minoranze sessuali e di genere. Una crisi che riguarda non solo Napoli o l’Italia, ma l’intero Occidente.

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Il punto è che il Pride, nato come rivolta, negli ultimi vent’anni si è trasformato anche in evento istituzionale, turistico e mediatico. Le grandi aziende sponsorizzano i cortei, le amministrazioni comunali li finanziano, i brand li utilizzano nelle campagne pubblicitarie, le multinazionali colorano i propri loghi con l’arcobaleno per un mese all’anno. Per molti questo è il segno di una vittoria storica: la società ha finalmente accettato la comunità LGBTQIA+. Per altri, invece, è la prova che il capitalismo ha assorbito e neutralizzato la carica sovversiva originaria del movimento.

Ed è esattamente qui che nasce Arrevutamm.

Il collettivo napoletano non contesta soltanto la gestione del Napoli Pride. Contesta l’intero modello politico che esso rappresenta. Nella comunicazione pubblica dell’Arrevutamm Pride compaiono parole molto precise: “senza sponsor”, “senza aziende”, “senza pinkwashing”, “costruito dal basso”. Non è semplice retorica militante. È una dichiarazione ideologica.

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Secondo questa visione, il Pride istituzionale sarebbe diventato una vetrina depoliticizzata, una manifestazione ormai compatibile con il mercato, con i partiti moderati e persino con apparati di potere che continuano a produrre esclusione sociale. Per i collettivi queer radicali, la questione LGBTQIA+ non può più essere separata da altri temi: il lavoro precario, la marginalità economica, il colonialismo, il razzismo, la Palestina, il transfemminismo, la critica al neoliberismo.

Non è un caso che Arrevutamm definisca il proprio Pride apertamente antisionista. La rottura con Arcigay Napoli si è infatti aggravata dopo il viaggio del presidente Antonello Sannino al Pride di Tel Aviv, interpretato dai collettivi radicali come un’operazione di legittimazione dello Stato israeliano durante la guerra a Gaza.

Qui entra in gioco uno dei concetti politici più divisivi degli ultimi anni: il pinkwashing. Secondo molte realtà queer radicali internazionali, Israele utilizzerebbe la propria immagine di paese relativamente avanzato sui diritti LGBTQIA+ per migliorare la reputazione internazionale e occultare le violenze sui palestinesi. In questa prospettiva, partecipare al Pride di Tel Aviv durante il conflitto significherebbe diventare parte di una strategia propagandistica.

Naturalmente questa lettura è contestata da altri settori della comunità LGBTQIA+, che considerano pericoloso trasformare automaticamente ogni presenza ebraica o israeliana in un simbolo politico da escludere. La questione è diventata così esplosiva da coinvolgere anche altri Pride italiani. A Roma, ad esempio, si è discusso sull’ammissione delle bandiere dell’associazione LGBTQIA+ ebraica Keshet. E Napoli si trova ora immersa nello stesso conflitto simbolico.

Ma la Palestina è soltanto una parte dello scontro.

L’altra questione riguarda il rapporto tra il movimento LGBTQIA+ e il potere politico. Negli anni Novanta e Duemila Arcigay rappresentava una forza di opposizione sociale che combatteva per obiettivi concreti: unioni civili, contrasto all’omofobia, riconoscimento delle coppie, visibilità pubblica. Oggi però molti collettivi queer accusano le grandi associazioni storiche di essere diventate strutture burocratiche troppo vicine alle istituzioni.

Nel caso napoletano, Arrevutamm parla apertamente di ricostituzione “autoritaria” del comitato del Napoli Pride e chiama in causa non soltanto Arcigay Napoli ma anche Arcigay nazionale, il sindaco e la Regione Campania. Dietro queste accuse si intravede una critica più ampia: chi gestisce oggi i Pride esercita ancora una funzione di liberazione oppure amministra semplicemente un evento?
Il paradosso è che entrambe le parti, in fondo, rivendicano la stessa eredità storica.

Da una parte il Pride istituzionale sostiene di aver costruito negli anni una rete concreta di diritti, servizi, centri antidiscriminazione e dialogo sociale. Arcigay Napoli rivendica un lavoro costante sul territorio, dai percorsi contro l’omotransfobia fino alle collaborazioni civiche e sociali.  Dall’altra parte i collettivi radicali accusano proprio quel modello di aver perso la capacità di conflitto, diventando compatibile con il sistema che un tempo contestava.

È uno scontro che ricorda molto da vicino le analisi di pensatori come Michel Foucault o Guy Debord. Foucault aveva mostrato come il potere moderno non reprima soltanto, ma incorpori e amministri le differenze. Debord parlava invece della “società dello spettacolo”, in cui ogni forma di opposizione rischia di essere trasformata in immagine consumabile. In questo senso, il Pride contemporaneo diventa terreno perfetto di ambiguità: protesta politica o festival urbano sponsorizzato?

La stessa estetica rainbow è ormai pienamente integrata nel mercato globale. Durante il mese del Pride, multinazionali che operano in paesi apertamente omofobi pubblicano slogan inclusivi nei paesi occidentali. Le banche colorano i loghi, i brand di moda lanciano capsule collection arcobaleno, le aziende tech finanziano carri allegorici. Per alcuni questo significa normalizzazione positiva; per altri è il segno definitivo della neutralizzazione della lotta.
Il problema è che entrambe le letture contengono una parte di verità.

Senza il processo di istituzionalizzazione probabilmente oggi non esisterebbero molte conquiste concrete. Le unioni civili, le reti antidiscriminazione, la rappresentanza mediatica e persino la maggiore accettazione sociale sono passate anche attraverso il dialogo con le istituzioni e con la cultura mainstream. Pensare che il movimento LGBTQIA+ possa vivere soltanto di radicalità antagonista significa ignorare la complessità della politica reale.
Ma è altrettanto vero che la trasformazione del Pride in prodotto mediatico ha generato una forte perdita di radicalità. Molti giovani queer percepiscono ormai i grandi Pride come eventi patinati, poco rappresentativi delle vite precarie, marginali o non assimilabili. Le persone trans, migranti, sex workers o economicamente vulnerabili spesso denunciano di sentirsi invisibili dentro manifestazioni dominate dalla comunicazione corporate.

A Napoli questa tensione esplode anche per motivi profondamente culturali. La città ha sempre avuto una tradizione politica attraversata dal conflitto tra spontaneismo popolare e organizzazione strutturata. Il sottosuolo napoletano, da decenni, produce collettivi autonomi, spazi occupati, movimenti transfemministi e realtà antagoniste che difficilmente accettano forme centralizzate di rappresentanza. Arrevutamm si inserisce perfettamente dentro questa genealogia politica.
Il nodo centrale resta però uno soltanto: chi può parlare oggi a nome della comunità LGBTQIA+?
Forse nessuno.
Ed è proprio questo il dato storico più importante.

La sigla LGBTQIA+ viene spesso raccontata come se fosse una comunità politicamente omogenea. In realtà al suo interno convivono visioni del mondo completamente incompatibili. Esistono gay liberali e queer anticapitalisti. Esistono persone trans marxiste e omosessuali conservatori. Esistono femminismi radicali e femminismi intersezionali. Esistono posizioni opposte sulla prostituzione, sulla maternità surrogata, sulla geopolitica, sulla religione, sul linguaggio inclusivo, sul rapporto con i partiti.
L’idea stessa di “comunità” oggi appare sempre più fragile.

Ed è qui che emerge un problema politico enorme: il sistema mediatico e istituzionale continua a cercare interlocutori unitari, mentre la realtà sociale è diventata frammentata. I giornali vogliono “la voce della comunità LGBTQIA+”, i partiti cercano “i rappresentanti del Pride”, le televisioni invitano “il leader degli omosessuali”. Ma quella figura unitaria forse non esiste più.
Anzi, forse non è mai esistita davvero.

Le minoranze sessuali sono state per lungo tempo costrette a compattarsi perché l’oppressione esterna era molto forte. Quando una società ti nega diritti fondamentali, le differenze interne passano in secondo piano. Ma quando alcuni diritti vengono conquistati, inevitabilmente emergono le contraddizioni interne.
È ciò che sta accadendo oggi.

Il conflitto di Napoli non è quindi il segno della fine del movimento LGBTQIA+, ma della sua maturazione contraddittoria. I movimenti sociali cambiano quando smettono di lottare soltanto per l’esistenza e iniziano a scontrarsi sul significato stesso della libertà.
Per alcuni la libertà coincide con l’integrazione piena nella società liberale. Per altri significa invece mettere in discussione quella stessa società liberale. Ed è possibile che i due Pride napoletani rappresentino esattamente queste due anime inconciliabili.

Da una parte il desiderio di riconoscimento. Dall’altra il desiderio di sovversione.

Da una parte l’inclusione. Dall’altra il conflitto.

Da una parte la cittadinanza. Dall’altra la critica radicale dell’ordine esistente.

Forse la vera domanda non è quale Pride sia più autentico. Forse la domanda è un’altra: una volta ottenuta visibilità, cosa vuole diventare il movimento LGBTQIA+? Una minoranza finalmente integrata oppure una forza politica capace ancora di destabilizzare il presente?
Napoli, con la sua frattura insanabile, sta soltanto rendendo evidente un dilemma che ormai attraversa tutto l’Occidente.

 

 

(26 maggio 2026)

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