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Conte ha detto a Salvini e Meloni di non raccontare balle. E questo è istituzionale

di Rosario Coco #Lopinione twitter@gaiaitaliacom #Politica

 

Non ha origini di sinistra, socialiste o socialdemocratiche e quando è stato messo lì da Salvini e Di Maio sembrava tutt’altro che avere carattere. Invece da quando ha respinto al mittente le richieste di dimissioni annegate nei cocktail del Papeete, ha iniziato a crescere, dando la sensazione di tirar fuori qualcosa di nascosto. E’ come se fosse stato un anno a osservare. E, probabilmente, ha concluso alla fine che in mezzo a quella foresta di mediocrità poteva (e forse doveva) provare a svettare. E lo sta facendo, ottenendo la fiducia da buona parte dell’elettorato progressista nel Paese.

Quello di ieri è solo un episodio, che non sarà certo l’ultimo. Conte è abbastanza lontano dalle mie convinzioni politiche. Ma ci sta facendo percepire in maniera sempre più concreta l’idea di un uomo di Stato che lavora per il Paese. Nel bene e nel male. E’ discretamente vicino a Confidustria e sta glissando  sulla proposta di patrimoniale del PD. Recentemente, ma su questo potrebbe recuperare, ha avvallato il decreto interministeriale sulla chiusura dei porti causa COVID-19, che sta impedendo alla nave ONG Alan Kurdi di sbarcare.

Su questi temi si può e si deve fare critica e azione politica, anche da dentro la maggioranza.

Ma quello che ha detto Conte ieri sera non è “Il MES è bello” oppure “credo che sul MES abbiate torto perché le vostre previsioni economiche sono sbagliate”. Ha fatto, invece, un appello più che necessario al principio di realtà: “Non potete dire cose non vere su quello che dice e fa il Governo”.

Riassumendo: Il dibattito sta montando, questo è un bene e ne sarà coinvolto anche il Parlamento. Però se dite corbellerie andiamo tutti a zampe per aria.

Un appello del genere è ampiamente giustificato anche in un contesto istituzionale. Sorvoliamo sul tecnicismo TV di Stato o reti unificate, perché nell’era dei social bisogna considerare in maniera più appropriata l’impatto, oltre che lo strumento. Non era un discorso a reti unificate, vero, ma ciò che conta è che si trattasse di una comunicazione istituzionale, cioè fatta da Conte sui propri canali in qualità di Presidente del Consiglio, ripresa da tutti i media e percepita dalla cittadinanza come tale.

Durante le domande finali Conte ha commesso un’imprecisione, glielo concediamo vista la comprensibile stanchezza, dicendo che il MES è stato approvato nel 2012 quanto al governo c’era il centrodestra con Meloni ministro. Il concetto è corretto, a essere sbagliato è solo l’anno, perché, come confermato oggi da Bruxelles, i negoziati per il MES sono stati conclusi ancora nel 2011, sotto l’ultimo Governo Berlusconi, in cui Meloni era Ministra per la Gioventù. La sostanza insomma non cambia.

Il MES esiste, è uno strumento che può essere attivato se uno stato è in difficoltà ma nessun lo ha ancora fatto e questo Governo a detta di Conte non intende farlo. E adesso attendiamo gli sviluppi.

Da questa Unione Europea, strutturata come un condominio più che come una casa, non possiamo certamente pretendere la luna. Rimane tuttavia perdente l’idea di inseguire le sirene che vengono da fuori il condominio e sopratutto continuare a parlare dell’ “Europa” come un soggetto terzo e astratto, dimenticandoci che siamo fondatori. Tocca solo ottenere il massimo risultato in una organizzazione – da cambiare il prima possibile – che non è uno Stato Federale, che non ha una sua Banca nazionale e dove ogni componente continua ad avere il diritto di veto su tutti gli altri.

Detto questo, mentre sul fronte interno questo personaggio costringe ad un salto di qualità chi fa critica sui temi sociali,  sul fronte europeo, in questo momento,  ci sarebbe solamente da dire “buona fortuna signor Conte”.

 

(11 aprile 2020)

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