di Paolo M. Minciotti
A Catania sono stati finalmente arrestati due giovani, un 19enne e un 21enne, in relazione a una brutale aggressione omofoba avvenuta in un fast food in piazza Borsellino all’interno del quale avrebbero aggredito tre ragazzi con calci, pugni e il lancio di sgabelli, infastiditi dai loro discorsi “troppo gay”. L’aggressione è stata interrotta grazie all’intervento di una ragazza che ha usato dello spray al peperoncino e di un operatore ecologico che ha bloccato uno degli aggressori mentre colpiva una delle vittime con un casco.
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La Procura ha contestato agli indagati i reati di violenza privata e lesioni, aggravati dalla finalità di discriminazione omofoba.
Ed è dalla pagina Facebook di Fabio Galli, poeta, scrittore e nostro imprescindibile collaboratore, che mutuiamo una paio di riflessioni. La prima: l’aggressione di Catania “è l’ennesima conferma di un Paese che non protegge le persone Lgbtq. Non esiste una norma che riconosca e punisca l’odio per quello che è. Non esiste un’aggravante che dica chiaramente: chi colpisce per orientamento sessuale o identità di genere attacca una comunità intera, e per questo merita una pena più severa”.
La seconda è che l‘Italia “ha scelto di restare indietro. Ogni tentativo di riforma è stato trasformato in rissa politica, ridotto a spauracchio ideologico. È successo con il ddl Zan, affossato tra risate e applausi da stadio. Da allora, il vuoto normativo è rimasto intatto: chi aggredisce rischia poco e niente, e chi subisce resta solo, con una ferita che lo Stato non nomina, che preferisce ignorare” e non si tratta, prosegue Fabio Galli, di “un’omissione neutra (….) È la scelta di non guardare in faccia l’odio, di non riconoscerlo, di renderlo invisibile. Così la violenza diventa ordinaria, un rischio che le persone Lgbtq devono mettere in conto solo per esistere”.
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Al vaglio anche la posizione di un minorenne che avrebbe partecipato all’aggrssione.
(6 agosto 2025)
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