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Il diritto alla vita

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di Manuel Pirino
Manuel Pirino

Spesso penso all’Italia e alla mia Sardegna. Lo faccio da emigrato, da uomo che ha scelto di partire e che ha anche la fortuna di poter vivere sempre più spesso la propria terra, la propria famiglia e gli amici di un tempo. Anche se, lo ammetto, è veramente difficile “ritrovarsi dopo anni che si vive all’estero”.
Non per spocchia, né – più ironicamente – per il cambio dell’accento, che per fortuna non ha colpito me. È difficile perché fa male al cuore ritrovare un Paese sempre più in difficoltà, nonostante continuiamo a parlare della nostra Italia e della nostra Sardegna come di gioielli unici al mondo.

Quando scrivo di Diritto alla Vita, non mi riferisco al diritto di vivere o di interrompere la propria vita. Non voglio parlare né di eutanasia, né di libertà di scelta, né di dono della vita.
Voglio parlare di qualcosa di molto più concreto.

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Quando uno Stato non è più in grado di garantire ai propri cittadini le condizioni essenziali per vivere con dignità, a partire dal lavoro e dalla casa, credo di poter affermare che una parte fondamentale del diritto alla vita viene meno. E allora denuncio quello che considero un fallimento dello Stato.
Da sempre ci piace dire che il lavoro nobilita l’uomo. Tutto vero. Ma di quale lavoro stiamo parlando? Sgomberiamo il campo dai commenti banali secondo cui i cittadini non avrebbero voglia di lavorare e sorvoliamo anche sul fatto che molti lavori siano fortemente usuranti e, troppo spesso, mal retribuiti. Sorvoliamo anche sulla formazione professionale, che troppo spesso non riesce a rispondere alla vera domanda di forza lavoro e che, negli anni, ha finito per diventare una delle tante bilance sulle quali la politica ha esercitato il proprio peso. Quello che è impossibile negare è che il lavoro, riconosciuto dalla nostra Costituzione come fondamento della Repubblica, sia ancora pesantemente assente dalla vita di troppe persone. Il lavoro è dignità. È libertà. È crescita culturale. È autonomia. È, più semplicemente, futuro.
Per anni abbiamo assistito a una politica che ha venduto il lavoro come il punto numero uno di ogni programma.

Eppure, sento di poter dire che troppo spesso sia rimasta una promessa. Interventi a pioggia, misure temporanee, strumenti che non sempre costruiscono autonomia e che rischiano invece di alimentare una dipendenza dal sistema. È quella bilancia che mi è tanto cara: da una parte i disoccupati, dall’altra una politica che, quando mantiene alta la necessità di lavoro e di assistenza, può finire per mantenere alto anche il proprio potere di controllo. E credo sia altrettanto onesto denunciare che, dentro questo sistema, trovino spazio vecchi e nuovi raccomandati. Persone che difendono con le unghie e con i denti la posizione ottenuta grazie a una raccomandazione, spesso nel pubblico, perché quella posizione può trasformarsi in un debito politico e, in alcuni casi, in una forma di protezione permanente. È un paragone forte, lo so. Ma da uomo libero mi assumo la responsabilità delle parole che utilizzo.

Non sto dicendo, naturalmente, che i dipendenti pubblici siano lavoratori raccomandati o lavativi. Sarebbe profondamente ingiusto. La maggior parte dei dipendenti pubblici lavora in condizioni difficili, spesso con responsabilità enormi e con risorse insufficienti. Anche loro, quindi, sono vittime di un sistema che non funziona. Il problema nasce quando nella stessa stanza convivono il merito e il privilegio, il diritto e la raccomandazione, il lavoro conquistato e quello ottenuto attraverso relazioni personali o politiche. E allora quella stanza può diventare un luogo di disagio, di frustrazione e, soprattutto, di scoraggiamento per chi sta fuori.

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Ecco lo spaccato di una parte della nostra società. Da una parte chi difende un sistema che, bene o male, gli garantisce una protezione. Dall’altra chi ogni giorno naviga a vista: chi cerca un lavoro, chi vive di contratti precari, chi lavora nel privato senza quelle protezioni, chi non riesce a costruirsi un futuro. Poi c’è il diritto alla casa. In Italia la proprietà immobiliare rappresenta da sempre una componente enorme della ricchezza delle famiglie. È una delle grandi ricchezze del nostro Paese, ma può diventare anche un limite quando ci impedisce di vedere la profondità della crisi abitativa che colpisce chi una casa non ce l’ha.
Perché dovremmo avere il coraggio di parlare anche di questo.

Della difficoltà di trovare una casa per i giovani, per le donne e gli uomini single, per gli anziani, per chi arriva in una nuova città per lavorare, per chi è fragile e, più in generale, per tutti quegli ultimi che troppo spesso rimangono fuori dalle statistiche e dalle priorità della politica. Non voglio generalizzare. Non voglio entrare nel mondo dei mutui agevolati, dei progetti degli enti pubblici o delle cosiddette abitazioni popolari. Voglio denunciare qualcosa di molto più semplice. Quel famoso Diritto alla Vita viaggia su due binari: da una parte il lavoro, dall’altra la casa. La casa è indispensabile per poter lavorare. È fondamentale per garantire autonomia. È indispensabile per crescere, per costruire relazioni, per sentirsi al sicuro e per avere anche la possibilità di sognare un futuro. Ancora una volta, quando uno Stato non riesce a garantire condizioni dignitose di accesso all’abitazione, siamo davanti a un fallimento di una delle sue responsabilità fondamentali.
La casa è libertà. È dignità. Ma soprattutto è un luogo sicuro nel quale, da soli o insieme alla propria famiglia, possiamo affrontare le difficoltà della vita e provare a superarle.

Ecco, per me, il Diritto alla Vita

La responsabilità politica di questo grande problema appartiene a chi ha governato e governa il Paese, con responsabilità diverse e in periodi diversi. Da una parte c’è una destra che, secondo la mia lettura, troppo spesso tutela interessi immobiliari e rendite consolidate. Dall’altra c’è il fallimento di una sinistra che per anni ha sventolato bandiere nelle piazze, salvo poi dimostrare di non essere sempre riuscita a trasformare quei valori in risposte concrete alla vita quotidiana delle persone. E quando gli interessi della politica finiscono per prevalere sugli interessi dei cittadini, si rischia di rimanere con la bocca aperta e, permettetemi l’ironia, con le mosche che possono entrare.

Una precisazione sull’etica della politica

Non condanno la politica in quanto tale, né credo che la politica sia il problema. Al contrario, credo profondamente nella politica come strumento di partecipazione, di servizio e di costruzione del bene comune. Denuncio però la politica quando abdica al proprio dovere. Quando smette di ascoltare i cittadini, quando rinuncia alla visione, quando trasforma il consenso in uno strumento di potere e quando, invece di costruire autonomia e opportunità, finisce per alimentare dipendenze e disuguaglianze. La politica, per me, ha un’etica precisa: servire la comunità e non servirsi della comunità.
Per questo non mi interessa condannare chi fa politica. Mi interessa chiedere a chi la fa di ricordarsi perché ha scelto di farla. Perché amministrare, governare e rappresentare i cittadini non è un privilegio: è una responsabilità. Ed è proprio quando questa responsabilità viene meno che sento il dovere, da cittadino e da uomo libero, di denunciare. Quindi, quale sarebbe la soluzione?La cultura. L’istruzione. La conoscenza. E una visione diversa del futuro. Sarebbero le soluzioni… Un futuro nel quale i cittadini non abbiano bisogno della politica per sopravvivere, ma possano contare su uno Stato che funziona e che esiste per servire i cittadini.

Questa è l’Italia che oggi osservo. Un’Italia che mi fa male al cuore. Un’Italia che, proprio per questo, mi spinge a denunciare con determinazione e libertà tutto ciò che non va. Perché non credo che la politica debba essere un esercizio di potere. Credo debba essere uno strumento al servizio delle persone. E credo che parlare di lavoro, di casa, di dignità e di futuro significhi parlare di sopravvivenza, necessità, libertà, giustizia e speranza. E quando qualcuno mi chiede: “Ma chi te lo fa fare?”, io rispondo sempre così. Ho avuto delle grandi donne che hanno plasmato la mia personalità. Non solo mia mamma. La mia catechista. La mia maestra. Le mie suorine. Le mie professoresse. E tante altre donne meravigliose che hanno contribuito a plasmare la mia mente e il mio modo di guardare il mondo. Mi hanno insegnato a pensare. A conoscere. A non avere paura. A difendere ciò in cui credo. E soprattutto mi hanno insegnato una cosa che, ancora oggi, considero fondamentale: non fare compromessi sui valori. È per questo che continuo a parlare. È per questo che continuo a denunciare. È per questo che, anche quando sarebbe molto più semplice stare in silenzio, scelgo ancora la libertà.

Perché la libertà ha un costo. E io quel costo sono disposto a pagarlo.

 

 

(9 ottobre 2026)

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