di Manuel Pirino

Ci sono persone che muoiono e diventano immediatamente memoria. E poi ci sono persone la cui scomparsa ci costringe a fare i conti con ciò che siamo diventati. Emma Bonino appartiene a questa seconda categoria. Non mi interessa, questa volta, ripercorrere la sua storia. Non voglio fare l’ennesimo elenco delle sue battaglie, dei suoi incarichi, delle sue vittorie o delle sue sconfitte. Quella storia appartiene già ai libri. Mi interessa molto di più ciò che rimane. E ciò che rimane, francamente, fa paura.
Perché Emma Bonino è stata una delle ultime statiste di questo Paese. Una delle ultime persone capaci di pensare alla politica come qualcosa di più grande della propria carriera, del proprio partito, del consenso del momento. Forse, tra i politici ancora in campo, Pier Luigi Bersani è uno dei pochi che possono essere accostati a quella statura politica e umana. Non perché abbiano avuto le stesse idee — non le hanno avute — ma perché appartengono a una generazione nella quale la politica poteva ancora essere visione, cultura, responsabilità, persino sacrificio. Emma Bonino, però, aveva qualcosa di irripetibile. Era scomoda.
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Aveva un carattere tagliente. Non cercava necessariamente di piacere. Non addolciva le parole per conquistare consenso. Poteva essere divisiva, ostinata, persino irritante. Ed è proprio questo che oggi ci manca terribilmente: una politica, una donna che fa politica, che non abbia paura di perdere voti per non perdere la propria dignità.
Emma Bonino è stata anche usata. Il suo nome, la sua autorevolezza, la sua storia sono stati per anni un patrimonio al quale molti politici hanno cercato di avvicinarsi. Per qualcuno è stata quasi un portafortuna: averla accanto significava acquisire credibilità, autorevolezza, una patente di liberalismo, di europeismo, di attenzione ai diritti. Ma lei non è mai stata il portafortuna di nessuno. Era Emma Bonino e basta. E questa differenza oggi rischiamo di non comprenderla più. Perché nessuno può pretendere di raccogliere la sua eredità semplicemente pronunciando il suo nome. Nessuno può intestarsi Emma. Nessun partito. Nessuna corrente. Nessuna coalizione. Nessun leader. La sua eredità non è una proprietà da amministrare. È una responsabilità che pesa. E pesa soprattutto sulle nuove generazioni.
Perché temo che molti giovani non possano davvero comprendere quanto siano costate le libertà che oggi consideriamo scontate. Non per colpa loro. Perché nessuno gliele ha raccontate abbastanza. I diritti civili e i diritti umani sono diventati, per una parte della società, qualcosa di acquisito una volta per tutte. Come se una legge approvata cinquant’anni fa fosse una garanzia eterna. Non funziona così: i diritti non sono mai conquistati per sempre. Ogni generazione deve avere qualcuno disposto a difenderli. E quando quel qualcuno manca, iniziano i passi indietro. È forse questa la ragione più profonda della crisi dei diritti civili e umani che stiamo attraversando.
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Abbiamo smesso di educare alla libertà. Abbiamo smesso di spiegare che la libertà costa. Abbiamo smesso di ricordare che, qualche volta, per difendere un diritto bisogna essere minoranza, essere impopolari, essere insultati, perdere consenso. Emma Bonino questo lo sapeva. E non aveva paura.
Questa è la parte della sua eredità che sarà più difficile da trasferire. Perché è molto più semplice ereditare una poltrona che ereditare il coraggio. Molto più semplice citare una battaglia che combatterne una nuova. Molto più semplice indossare l’immagine di una persona che assumersi il rischio delle sue idee. E allora forse il vero commiato da Emma Bonino non dovrebbe essere un “grazie per tutto”. Dovrebbe essere una domanda: che cosa siamo disposti a rischiare noi, adesso? Per quale diritto siamo disposti a diventare impopolari? Per quale libertà siamo disposti a perdere voti? Per quale principio siamo disposti a rimanere soli? Perché se la risposta è “per niente”, allora abbiamo già perso una parte enorme di ciò che Emma Bonino ci ha lasciato.
Emma Bonino non può essere mantenuta. Non può essere conservata come una reliquia politica. Non può essere trasformata in un santino laico da esibire nelle occasioni giuste. E soprattutto non può essere utilizzata per legittimare una politica che abbia dimenticato il coraggio delle proprie idee. Emma è stata patrimonio umano dell’Italia. E proprio per questo non appartiene a nessuno. Appartiene a tutti noi. Ma appartenere a tutti significa anche assumersi la responsabilità di ciò che resta. La sua eredità non sarà nelle fotografie. Non sarà nelle celebrazioni. Non sarà nei discorsi commossi di chi, magari, ieri la criticava e domani ne utilizzerà il nome. La sua eredità sarà soltanto nelle persone che avranno ancora il coraggio di dire NO quando dire sì sarebbe molto più conveniente. Perché Emma Bonino ci ha lasciato una cosa che non si può ereditare: l’obbligo di essere liberi.
(12 settembre 2026)
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