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I giovani del Sud vanno bene per lavorare. Meno per votare?

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di Massimo Mastruzzo
Massimo Mastruzzo

Ci sono vicende politiche che, più delle dichiarazioni stesse, finiscono per raccontare il Paese in cui viviamo. Il dibattito sul voto dei cittadini fuorisede è una di queste. Le recenti perplessità espresse dalla Lega sulla possibilità di estendere il diritto di voto agli studenti e ai lavoratori temporaneamente residenti lontano dal proprio comune di origine vengono motivate con il timore che l’afflusso di migliaia di elettori possa alterare gli equilibri elettorali di alcuni territori, in particolare nelle grandi città del Nord. È una posizione politica che finisce per mettere in luce una contraddizione ben più profonda di quella che intende denunciare. Da anni il Nord Italia richiama forza lavoro dal Mezzogiorno. Le imprese cercano tecnici, infermieri, medici, operai specializzati, ricercatori, giovani laureati. Le università del Centro-Nord ospitano centinaia di migliaia di studenti provenienti dalle regioni meridionali. Sono giovani che pagano affitti, consumano, lavorano, versano imposte e contributi, contribuiscono quotidianamente alla crescita economica dei territori che li accolgono (e al tanto decantato residuo fiscale).

Finché producono ricchezza, la loro presenza è considerata una risorsa. Quando però si discute di garantire loro un esercizio più semplice del diritto di voto, la loro presenza diventa improvvisamente un problema. È qui che emerge il vero paradosso. Se milioni di giovani meridionali vivono stabilmente o temporaneamente nel Centro-Nord, il problema non è il voto. Il problema è il motivo per cui sono lì. Non si sono trasferiti perché il Mezzogiorno offriva le stesse opportunità del resto del Paese. Lo hanno fatto perché, troppo spesso, quelle opportunità nella loro terra non esistevano. L’emigrazione interna non nasce da una preferenza geografica. È la conseguenza di uno storico squilibrio economico, infrastrutturale e occupazionale che continua a dividere l’Italia. Ed è proprio questo squilibrio che oggi riemerge nel dibattito sul voto dei fuorisede.

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Se il numero dei giovani meridionali presenti nelle città del Nord è così elevato da poter incidere sugli equilibri democratici, allora la vera anomalia non è la legge elettorale. L’anomalia è che un’intera parte del Paese continui a perdere ogni anno decine di migliaia di ragazzi costretti a cercare altrove il proprio futuro. Peraltro, l’obiezione tecnica secondo cui il voto dei fuorisede altererebbe i collegi del Nord non è affatto inevitabile. Nella maggior parte delle democrazie europee il problema è stato risolto da molti anni. In Germania, ad esempio, chi vota per corrispondenza continua a esprimere il proprio voto per il collegio di origine. Lo stesso principio è adottato, con modalità diverse, anche in altri Paesi europei. In questo modo si tutela contemporaneamente il diritto di voto e l’equilibrio dei collegi elettorali. L’Italia rappresenta, sotto questo profilo, un’anomalia.

Esistono soluzioni già sperimentate che consentirebbero di garantire il diritto costituzionale al voto senza modificare gli equilibri elettorali delle città che ospitano studenti e lavoratori provenienti da altre regioni. Per questo il nodo centrale non appare tecnico. È politico.
Se il timore è che milioni di cittadini del Mezzogiorno possano incidere sugli equilibri democratici, allora bisognerebbe interrogarsi sulle cause che hanno prodotto una migrazione interna di queste dimensioni. Per decenni si è parlato di rilancio del Sud, di riduzione dei divari territoriali, di coesione nazionale. Eppure i dati continuano a raccontare una realtà diversa: i giovani continuano a partire, le imprese continuano a cercare lavoratori soprattutto nel Mezzogiorno e le regioni meridionali continuano a perdere capitale umano. È difficile non vedere, in questo contesto, una contraddizione. Da una parte si ritiene fisiologico che il Mezzogiorno continui a fornire lavoratori qualificati alle economie del Centro-Nord. Dall’altra si guarda con preoccupazione all’eventualità che quegli stessi cittadini possano esercitare pienamente uno dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.

I giovani del Sud sembrano essere considerati essenziali quando servono per lavorare.
Molto meno quando si tratta di votare.
Ma una democrazia matura non dovrebbe avere paura della partecipazione dei propri cittadini. Dovrebbe, semmai, preoccuparsi delle ragioni che li costringono ad abbandonare la propria terra. Perché il vero problema non è una scheda elettorale. Il vero problema è un Paese che, ancora oggi, continua a produrre milioni di fuorisede invece di offrire pari opportunità nei territori da cui quei giovani provengono. Credo che questo editoriale abbia un pregio: non si limita a criticare una posizione politica, ma prova a ribaltare la prospettiva.

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(3 luglio 2026)

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