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Autonomia differenziata, la riforma che divide l’Italia

di Massimo Mastruzzo*
Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è assorbita dal referendum sulla giustizia e da altre riforme istituzionali, il Governo accelera su un provvedimento destinato a incidere ben più in profondità sull’assetto della Repubblica: l’autonomia differenziata.
Le pre-intese con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto segnano un passaggio politico cruciale. Non si tratta di una semplice redistribuzione di competenze amministrative, ma di una ridefinizione sostanziale dei rapporti tra Stato e Regioni, con effetti diretti sui diritti fondamentali dei cittadini.

L’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione è formalmente legittima. Ma la questione non è solo giuridica: è politica e sociale. La Corte costituzionale ha più volte richiamato la necessità di garantire in via preventiva i livelli essenziali delle prestazioni (LEP), affinché i diritti civili e sociali siano assicurati in modo uniforme sull’intero territorio nazionale.

Senza una definizione chiara e un finanziamento certo dei LEP, il trasferimento di ulteriori competenze rischia di produrre una frattura strutturale tra territori forti e territori fragili. È qui che la riforma assume un significato politico preciso: non una modernizzazione dello Stato, ma una sua differenziazione su base economica.

Tra le materie oggetto delle pre-intese, la sanità è il punto più delicato. Il Servizio sanitario nazionale è già oggi caratterizzato da profonde diseguaglianze: mobilità sanitaria, liste d’attesa divergenti, bilanci regionali in forte squilibrio.

Con l’estensione dell’autonomia, il rischio concreto è che il diritto alla salute – sancito dall’articolo 32 della Costituzione – venga ulteriormente condizionato dalla capacità fiscale dei singoli territori. In altre parole, la qualità delle cure potrebbe dipendere sempre più dal luogo di residenza.
Non si tratta di una polemica ideologica, ma di un dato politico: in assenza di meccanismi perequativi robusti e realmente operativi, l’autonomia differenziata può tradursi in un ampliamento irreversibile dei divari territoriali.

Colpisce, in questo scenario, la debolezza della reazione politica da parte di molti rappresentanti delle Regioni meridionali, anche espressione della stessa maggioranza di governo. Il silenzio o la prudenza tattica rischiano di trasformarsi in corresponsabilità.
Il tema non è uno scontro Nord-Sud, ma la tenuta del principio di uguaglianza sostanziale sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Se i diritti sociali diventano differenziabili, viene meno l’idea stessa di cittadinanza eguale.

Dopo il referendum, la vera partita

È possibile che il referendum sulla giustizia catalizzi il confronto politico nelle prossime settimane. Ma una volta spenti i riflettori, il Paese potrebbe trovarsi di fronte a una trasformazione già compiuta.
La domanda centrale è semplice: l’autonomia differenziata rafforzerà la coesione nazionale o la indebolirà? Senza una cornice finanziaria solida, senza LEP garantiti e senza un vero confronto parlamentare e pubblico, il rischio è che si consolidi una riforma capace di incidere profondamente sui diritti dei cittadini.

Nel frattempo, l’ultimo rapporto Svimez segnala che tra il 2002 e il 2024 oltre 350mila giovani meridionali si sono trasferiti al Nord. Almeno 180mila anziani li hanno seguiti, consapevoli che a quei figli difficilmente sarà consentito tornare.

Tra maggioranza e opposizione che si fronteggiano, il terzo – il cittadino del Sud – continua a pagare il prezzo più alto.
Non è soltanto una questione di assetti istituzionali. È una scelta di modello di Stato. E, soprattutto, un’idea di Italia.


*Direttivo nazionale MET – Movimento Equità Territoriale

 

 

(22 febbraio 2026)

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