di Massimo Mastruzzo

Dietro una riforma apparentemente tecnica si nasconde una scelta che rischia di avere conseguenze profondamente politiche. La nuova classificazione dei comuni montani, introdotta con la legge 131/2025 e attuata nel 2026, sta già mostrando i suoi effetti: tra i territori più colpiti c’è la Calabria. Il criterio adottato è, sulla carta, lineare: altitudine, pendenza, caratteristiche morfologiche. Ma è proprio questa apparente neutralità a sollevare il problema. Perché ridurre la complessità dei territori montani a pochi parametri fisici significa ignorare ciò che davvero li definisce oggi: isolamento, carenza di servizi, debolezza economica, spopolamento.
Il risultato è che numerosi comuni calabresi stanno perdendo – o hanno già perso – la qualifica di “comune montano”. Non si tratta di una semplice etichetta amministrativa, ma di un passaggio che incide direttamente sulle risorse disponibili e sulle possibilità di sviluppo. Le stime parlano di una perdita tra i 10 e i 20 milioni di euro annui. Ma il dato economico è solo la superficie del problema. Le conseguenze reali sono più profonde: meno accesso ai fondi europei e alle risorse del PNRR per le aree interne; meno incentivi per chi vuole investire, lavorare o restare; meno attrattività per turismo e attività produttive; più spopolamento.
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In una regione che già oggi si colloca tra le più fragili d’Italia e d’Europa, questa scelta rischia di trasformarsi nell’ennesimo fattore di divario territoriale. La domanda, allora, è inevitabile: può una classificazione basata quasi esclusivamente su criteri fisici determinare politiche pubbliche che incidono sulla vita delle persone? O siamo di fronte a una semplificazione che, nel nome della neutralità tecnica, finisce per produrre effetti selettivi e penalizzanti?
Colpisce, in questo scenario, il silenzio della politica nazionale. Governo e opposizione, finora, non hanno dato al tema l’attenzione che meriterebbe, nonostante le ricadute concrete sui territori.
Fa eccezione il Movimento Equità Territoriale, che è ad oggi l’unica realtà politica ad aver sollevato con continuità la questione, sostenendo le proteste degli amministratori locali e chiedendo una revisione dei criteri adottati. Un segnale che, al di là delle appartenenze, evidenzia un vuoto più ampio nel dibattito pubblico. Perché il punto non è solo tecnico, né marginale. Riguarda il modo in cui lo Stato guarda alle aree interne: se come realtà da comprendere nella loro complessità o come territori da classificare con criteri astratti.
Quando una riforma ignora le condizioni reali dei territori, smette di essere neutrale. E diventa, inevitabilmente, una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, produce vincitori e perdenti. In questo caso, tra i secondi, c’è la Calabria.
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(3 maggio 2026)
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