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La questione dei 18 marinai in Libia è stranamente muta nel quotidiano profluvio di comunicazione che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio mette in piedi quotidianamente insieme al suo elefantiaco staff. la sensazione è quell’elefantiaco staff serva a poco, forse a nulla, e che comunque rispetto alla questione marinai prigionieri in Libia, brancoli nel buio. E ci senta ancor meno.
I 18 marinai sono lì da trentotto giorni e ora va detto, a Di Maio tocca muoversi perché, anche senza spostare i confini dell’Europa e senza affidarsi alle fluviali dichiarazioni dell’inquilino pro tempore della Farnesina, non si possono lasciare per trentotto giorni italiani innocenti nelle carceri libiche. E se la controparte chiede la liberazione di libici che per loro sono pescatori e per noi terroristi è evidente che è il ministro degli Esteri a doversi muovere. Non parlare. Muoversi.
Perché a volte, Di Maio non ci crederà, un ministro deve anche trovare soluzioni stando zitto invece di inventarsele sproloquiando in diretta televisiva, magari da Fazio (una figuraccia, sig. Ministro, una figuraccia). Nel frattempo mentre Di Maio va in tivù, il governo è alle prese con il Coronavirus e la Farnesina tutta tace, ci sono 38 italiane in carcere in Libia. Non ci metterei nemmeno il mio peggior nemico in quelle carceri. Non so se mi spiego.
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Insomma, ci vorrebbero meno megafoni.
(8 ottobre 2020)
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