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Sud, tante chiacchiere e dati che evidenziano una verità oggettiva

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di Massimo Mastruzzo
Massimo Mastruzzo

Basta ascoltare certa narrazione pubblica per credere che il Mezzogiorno sia finalmente entrato in una fase nuova. Peccato che la realtà, ancora una volta, la smentisca senza appello. Perché mentre si moltiplicano dichiarazioni, slogan e autocelebrazioni, i giovani continuano ad andare via. E quando i giovani se ne vanno, non si parla più di dinamiche fisiologiche, né di semplici spostamenti. Si parla di emigrazione. Punto. Tutto il resto è lessico di copertura.
“Fuga di cervelli”, “partenze”, “mobilità”, “calo demografico”: formule utili a rendere più digeribile un dissesto che invece ha un nome preciso, antico e brutale. Il Sud non trattiene i suoi giovani. Il Sud li perde.

E mentre li perde, la politica nazionale continua a raccontare un Mezzogiorno che esiste più nei comunicati che nelle vite reali delle persone. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, parla di investimenti, occupazione, export, fiducia e ruolo strategico nel Mediterraneo. Ma il punto non è ripetere una liturgia istituzionale. Il punto è chiedersi cosa resta, concretamente, sul territorio. La risposta è semplice: restano i dati. E i dati dicono l’opposto della propaganda.
Le elaborazioni sui dati ISTAT riprese in questi giorni da diverse testate nazionali confermano ancora una volta che il Sud continua a perdere giovani e popolazione in età attiva. Non è una flessione. Non è una parentesi. È una tendenza strutturale che si trascina da anni e che sta ridisegnando la geografia demografica del Paese.

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Le conseguenze sono devastanti.

Meno giovani significa meno natalità, meno forza lavoro, meno innovazione, meno consumo interno, meno ricambio generazionale. Significa territori più fragili, economie locali più deboli, comunità che invecchiano e si svuotano mentre la retorica politica prova a venderle come realtà in crescita. Ma il punto più grave è un altro: questo svuotamento non è inevitabile. È il prodotto di scelte, omissioni e responsabilità politiche precise. Il Mezzogiorno continua a scontare una carenza cronica di infrastrutture, servizi essenziali e presidi pubblici. Con la vicenda del Ponte Sullo stretto che nella litania del “ prima bisogna fare altro” svela la volontà di voler mantenere uno status quo che non prevede né il Ponte, né quello che si dovrebbe fare prima. In vaste aree interne di regioni come Basilicata e Calabria, vivere significa fare i conti con distanze maggiori, collegamenti insufficienti, sanità indebolita, uffici chiusi, opportunità ridotte. In queste condizioni, restare non è una scelta libera. È spesso un sacrificio insostenibile. E andarsene appare l’unica via percorribile.

Ecco la verità che la politica non vuole affrontare: quando un territorio viene lasciato senza servizi, senza infrastrutture e senza prospettive, l’emigrazione non è una conseguenza collaterale. È il risultato diretto di un abbandono. Lo spopolamento giovanile è poi una ferita economica e civile insieme. Il Sud forma laureati, professionisti, competenze. Poi li regala altrove. Il Nord li assorbe, l’estero li valorizza, il Mezzogiorno ne paga il costo. È un trasferimento netto di ricchezza umana da un’area già fragile verso contesti già forti. Un meccanismo profondamente squilibrato, eppure tollerato da anni con una disinvoltura che ha qualcosa di scandaloso. Per questo non bastano più i toni moderati. Non basta più la prudenza lessicale. Non basta più dire che ci sono “segnali positivi” mentre il corpo vivo del Sud si svuota. Se il Mezzogiorno continua a perdere i suoi giovani, allora non siamo davanti a un problema da commentare. Siamo davanti a un fallimento da assumere fino in fondo. E la responsabilità ricade su tutta la politica nazionale che, governo dopo governo, ha trattato il Sud come una questione da evocare nei discorsi e da rinviare nei fatti.

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Oggi, con le risorse straordinarie del PNRR, e l’attuale governo Meloni è quello che ha avuto più soldi della storia Repubblicana grazie proprio ai fondi europei, le giustificazioni valgono ancora meno. Perché quando arrivano strumenti eccezionali, l’inerzia diventa una colpa ancora più grave. Il Sud non aveva bisogno di nuove parole. Aveva bisogno di decisioni. Di investimenti veri. Di servizi. Di diritti. Di un cambio di rotta netto. Invece, ancora una volta, si preferisce raccontare il Sud invece di governarlo.  Si preferisce descriverlo invece di trasformarlo. Si preferisce celebrarlo mentre continua a svuotarsi. E allora la conclusione è inevitabile: il problema non è come chiamare ciò che accade. Il problema è che continua ad accadere, e nessuno sembra avere il coraggio politico di fermarlo.

 

*Direttivo Nazionale MET
Movimento Equità Territoriale

 

 

(25 giugno 2026)

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