di Massimo Mastruzzo*
Ogni Natale, puntuale come un orologio svizzero, la politica italiana e il sistema mediatico riesumano la favola del “treno speciale” per riportare i fuorisede al Sud. Quest’anno la parte del salvatore la recita il cosiddetto Sicilia Express, celebrato con toni stucchevoli e slogan da campagna pubblicitaria: “il viaggio del cuore”, “il ritorno alle radici”, “il regalo per chi vive lontano”.
Peccato che dietro questa patina sentimentale si nasconda l’ennesima conferma di una realtà che nessuno vuole guardare in faccia: l’Italia ha il divario ferroviario più grave, più persistente e più politicamente tollerato d’Europa.
Cominciamo dai fatti. Il “Sicilia Express” utilizza materiale rotabile vecchio, spesso già ritenuto obsoleto per i servizi ordinari, ma ha costi di esercizio che—messi per intero sul tavolo—equivalgono a un numero sproporzionato di Intercity.
In qualunque Paese europeo una simile operazione sarebbe considerata un’anomalia: spendere cifre elevate per un treno-evento, quando per undici mesi l’anno i collegamenti a media-lunga percorrenza nel Mezzogiorno restano insufficienti, lenti e tecnicamente arretrati.
In Italia invece il treno di Natale diventa un simbolo, un finto atto d’amore verso il Sud. Una toppa glitterata su un buco infrastrutturale che la politica non ha mai avuto il coraggio né la volontà reale di colmare.
Chi ci guadagna? Non certo i viaggiatori
C’è poi l’aspetto economico, quello che i media convenientemente ignorano: operazioni come questa sono un affare d’oro per gli operatori privati, come la TTI di Cantamessa, e talvolta per altri soggetti coinvolti.
Che un’azienda cerchi profitto è normale. Ciò che non è normale è che la politica—nazionale e regionale—accetti senza fiatare che fondi pubblici o parastatali finiscano in iniziative episodiche che non migliorano in alcun modo la mobilità dei cittadini.
È un modello distorto: si finanziano i treni-vetrina e si abbandonano i servizi necessari.
La logica sarebbe rovesciare le priorità, ma farlo significherebbe ammettere che per decenni si è scelto scientemente di non investire.
Ed è qui che il discorso si fa politico.
Perché questo ritardo non è un incidente della storia, né una sfortunata conseguenza geografica. È il risultato di scelte precise. E i partiti nazionali—di destra come di sinistra—su questo punto hanno una responsabilità che nessuna retorica può più mascherare.
La destra si riempie la bocca di “nazione” e “patria” ma poi tollera, anzi normalizza, che una parte del Paese abbia infrastrutture da terzo mondo.
La sinistra parla da decenni di “diritti” e “cohesione sociale”, salvo poi dimenticarsi sistematicamente del Mezzogiorno ogni volta che c’è da decidere davvero dove investire.
Entrambe le parti, alla prova dei fatti, preferiscono non disturbare l’equilibrio politico che da vent’anni garantisce voti e consenso concentrati dove si concentrano anche i servizi: nelle regioni più ricche.
Il risultato è una disomogeneità territoriale che non ha eguali in nessuno Stato membro dell’UE:
- nella densità di linee moderne,
- negli investimenti pro capite,
- nella copertura dell’alta velocità,
- nella qualità dei collegamenti interregionali.
Nemmeno Francia, Spagna o Germania—Paesi anch’essi con periferie e regioni distanti—registrano uno squilibrio così profondo tra una metà del territorio e l’altra. In Italia invece è diventato un fatto strutturale, quasi culturale: una rassegnazione politica spacciata per inevitabilità geografica.
Il ruolo dei media: l’ennesimo racconto consolatorio
Mentre la politica si volta dall’altra parte, i media fanno il resto: nessuna domanda sui costi reali, nessuna analisi comparativa con gli standard europei, nessuna denuncia delle responsabilità politiche. Solo storielle emotive sul “ritorno a casa”. Una narrazione consolatoria che copre il rumore assordante delle diseguaglianze.
E così ci ritroviamo a celebrare un treno di Natale mentre milioni di persone, per tutto il resto dell’anno, sono costrette a viaggiare su linee lente, insicure e degne degli anni ’80.
È il paradosso tutto italiano: si festeggia l’eccezione, mentre la normalità rimane un miraggio.
La Costituzione è la prima ad essere tradita
In questo quadro, non sorprende che solo poche realtà civiche abbiano il coraggio di dire ciò che la politica nazionale evita da decenni: che il divario infrastrutturale italiano non è un destino, ma una violazione quotidiana dei diritti.
Il Movimento Equità Territoriale è tra le pochissime voci che lo denunciano apertamente, ricordando che gli articoli fondamentali della nostra Costituzione—dal celebre articolo 3 sul principio di uguaglianza, fino a quelli che garantiscono coesione, pari dignità, libertà di movimento e parità di accesso ai servizi pubblici—restano, nei fatti, inapplicati per milioni di cittadini meridionali.
È una verità semplice e imbarazzante: le disuguaglianze territoriali italiane non sono soltanto ingiuste. Sono incostituzionali.
E finché il dibattito pubblico continuerà a distrarsi con treni di Natale e iniziative-spot, mentre viene taciuta la sostanza del problema, a difendere quei principi rimarranno soltanto poche realtà determinate, spesso isolate, che chiedono ciò che dovrebbe essere ovvio: che l’Italia rispetti la propria Costituzione e garantisca ai suoi cittadini pari diritti, pari servizi, pari mobilità.
Non è un’utopia. È un obbligo repubblicano. E prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di pretenderne l’applicazione.
*Direttivo nazionale MET
Movimento Equità Territoriale
(6 dicembre 2025)
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