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Non mancano soltanto lavoratori. Manca l’incontro tra lavoro e lavoratori

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di Manuel Pirino
Manuel Pirino

Leggo l’articolo de L’Unione Sarda sulla “meta introvabile” dei lavoratori e mi pongo una domanda: siamo davvero sicuri che il problema della Sardegna sia semplicemente quello di trovare 30 mila persone disposte a lavorare? Perché se si osserva il fenomeno partendo non soltanto dalle aziende che cercano personale, ma anche dai lavoratori disoccupati che cercano concretamente un’occupazione, la fotografia appare decisamente più complessa. Il problema, infatti, non sembra essere soltanto quantitativo. È soprattutto un problema di incontro tra domanda e offerta di lavoro.
E riguarda tanto il lavoro stagionale quanto quello non stagionale.

Il lavoro che c’è, ma che non incontra chi lo cerca.

Esiste infatti un’altra faccia della medaglia di cui si parla molto meno: centinaia di persone che cercano lavoro e che finiscono letteralmente perdute nel turbinio degli annunci, delle candidature e dei colloqui. Annunci che non definirei “fasulli”, perché sarebbe troppo semplice e generalizzante, ma che talvolta appaiono poco concreti, poco trasparenti o difficilmente verificabili nella loro effettiva consistenza. Candidature che non ricevono risposta. Selezioni che sembrano iniziare e poi scompaiono. Colloqui dai quali il candidato non riceve neppure un feedback. E questo può accadere anche quando l’intermediazione passa attraverso il sistema pubblico. Potrei citare decine di casi concreti di persone che, per partecipare a un colloquio, hanno sostenuto spese anche importanti di viaggio e permanenza, per poi non ricevere né un riscontro né, naturalmente, un lavoro. Non sto dicendo che tutte le aziende si comportino così. Sarebbe ingiusto e sarebbe sbagliato. Sto dicendo che il processo di selezione deve avere una responsabilità anche nei confronti di chi cerca lavoro.

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Perché dietro ogni curriculum c’è una persona. E quella persona spesso investe tempo, denaro, aspettative e anche una parte della propria dignità nella ricerca di un’occupazione.

Lo dico anche per esperienza professionale

Da oltre 25 anni lavoro nell’industria del lusso e mi sono occupato anche di recruiting e selezione del personale. Conosco quindi abbastanza bene i processi di ricerca, selezione e inserimento delle risorse. Naturalmente non possiamo pensare di trasferire automaticamente in Sardegna i modelli di una città cosmopolita come Londra. Sono realtà profondamente diverse.
Ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che la Sardegna parte da condizioni strutturali molto più fragili, sul piano economico, sociale, infrastrutturale e delle opportunità professionali. E allora il problema non può essere liquidato con una formula: “non troviamo lavoratori”. Bisogna capire perché non li troviamo, quali condizioni vengono offerte, dove si interrompe il percorso tra candidatura e assunzione e quali ostacoli impediscono a chi vive nell’Isola di accedere concretamente alle opportunità.

Il problema degli alloggi

Prendiamo il lavoro stagionale, a partire dal turismo e dalle strutture ricettive. La difficoltà di reperire personale è reale, ma altrettanto reale è la difficoltà di reperire alloggi. Un lavoratore può essere disponibile a lavorare, ma se deve sostenere un affitto incompatibile con uno stipendio stagionale, oppure non trova semplicemente una sistemazione, quella disponibilità diventa inevitabilmente molto più difficile da trasformare in un rapporto di lavoro. E se spostiamo il problema dal turismo al commercio, dal lusso all’high street, la questione diventa ancora più evidente. Esiste un meccanismo che meriterebbe un’analisi molto più approfondita: aziende che, soprattutto nei periodi di maggiore attività, trasferiscono personale già formato dalle boutique di altre città. Una scelta comprensibile dal punto di vista aziendale, perché consente di disporre di personale già formato e immediatamente operativo. Ma la domanda è un’altra: quanto spazio rimane realmente alla forza lavoro locale? Se una parte consistente del personale viene movimentata internamente, quali opportunità rimangono per i lavoratori sardi? E soprattutto: quali condizioni vengono offerte a chi vive nell’Isola? Perché non basta dire che “mancano lavoratori”.

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Bisognerebbe anche chiedersi perché alcuni lavoratori non riescono, o non possono, accettare quei lavori.

Poi ci sono le stagioni, che diventano sempre più corte, e condizioni contrattuali che in alcuni casi finiscono per allontanarsi sensibilmente da ciò che dovrebbe rappresentare il riferimento del contratto collettivo nazionale. Un mix di criticità che comprende salari, durata del lavoro, precarietà, trasporti, formazione, mobilità, alloggi e capacità delle imprese di intercettare e trattenere la forza lavoro locale. E allora forse il problema non può essere affrontato soltanto con una norma, un incentivo o un nuovo corso di formazione. Serve una strategia politica del lavoro.

La domanda che dovremmo porci

Per questo credo che la domanda non possa essere semplicemente: “Dove sono i 30 mila lavoratori che mancano?”.
La domanda dovrebbe essere invece: “Perché in una terra nella quale esistono ancora migliaia di persone che cercano lavoro, domanda e offerta continuano così spesso a non incontrarsi?”
È una differenza sostanziale. Perché il lavoratore non è un numero da collocare dentro una casella vuota di un organico. È una persona che deve poter lavorare, vivere e, possibilmente, costruire un futuro nel territorio nel quale quel lavoro viene offerto. Ed è qui che la politica dovrebbe tornare a svolgere il proprio ruolo.

Serve una regia

Perché questo fenomeno può essere gradualmente affrontato e, nel tempo, superato. Ma serve una regia vera. E quella regia non può che coinvolgere la Presidenza della Regione Sardegna, capace di mettere intorno allo stesso tavolo competenze e professionalità che troppo spesso continuano a procedere separatamente. Un tavolo permanente nel quale la Regione, attraverso gli assessorati competenti, possa incontrare imprese, organizzazioni sindacali, lavoratori, ASPAL, enti locali, formazione professionale e tutti quei soggetti che, a diverso titolo, compongono quella che potremmo definire “la filiera del lavoro”. Non per stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Ma per capire dove si rompe il meccanismo. E c’è una condizione imprescindibile: mettere da parte eventuali personalismi, appartenenze e propaganda, affidandosi invece a professionalità capaci di costruire una rete, leggere i dati, misurare i problemi e soprattutto elaborare soluzioni.
Non l’ennesimo tavolo destinato a produrre documenti, comunicati e buone intenzioni, ma una struttura capace di costruire una svolta concreta, solida e verificabile. Perché la politica del lavoro non può avere come orizzonte la prossima stagione turistica, né tantomeno la prossima scadenza elettorale. Deve avere lo sguardo molto più lungo.
Deve guardare al 2050.

Parlare di lavoro significa parlare di formazione, abitare, infrastrutture, mobilità, salari, welfare, innovazione, turismo, imprese, giovani e soprattutto della possibilità per un sardo di poter scegliere di rimanere in Sardegna senza essere costretto a partire. È questa la vera sfida: non semplicemente trovare i lavoratori che oggi mancano, ma costruire il mercato del lavoro della Sardegna del XXI secolo. Una Sardegna nella quale domanda e offerta possano finalmente incontrarsi. Una Sardegna nella quale il lavoro non sia soltanto stagionale o emergenziale. Una Sardegna nella quale competenze e professionalità siano considerate una risorsa strategica e non una variabile da rincorrere quando serve. Perché la stagione, e più in generale il lavoro, non possono continuare a essere soltanto l’ultimo baluardo contro la disoccupazione e l’emigrazione. Devono diventare parte di una strategia di futuro. Non servono miracoli. Serve una visione.
E serve il coraggio di costruirla con competenza, serietà e continuità. Perché il futuro della Sardegna non può essere organizzato stagione dopo stagione. Va progettato. E possibilmente, cominciando adesso.

 

 

(22 settembre 2026)

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